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Nel mirino di Renzi la protezione contro il licenziamento

Di Marianne Arens
14 ottobre 2014

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Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 7 ottobre 2014

Il parlamento sta dibattendo il “Job Act” del governo Renzi. La riforma del mercato del lavoro ha lo scopo di deregolamentare i rapporti di lavoro, decurtare i salari e rendere più facile il licenziamento.

Renzi ha ripetutamente elogiato la legge definendola un mezzo per creare nuovi posti di lavoro. A chi critica le sue proposte, Renzi ribatte con l’argomentazione che essi stanno negando ai disoccupati la possibilità di trovare lavoro e che “sono più interessati alla battaglia ideologica che ai veri problemi della gente”.

In realtà, l’obiettivo del “Job Act” è la creazione di un mercato del lavoro in cui le aziende possono assumere e licenziare i lavoratori a loro piacimento e sfruttarli con salari ridotti. I diritti e le conquiste vinte dai lavoratori italiani in dure battaglie, e difesi con manifestazioni di massa, sono da eliminare in un sol colpo. È chiaro che Renzi prende a modello l’Agenda 2010 della Germania, con la quale il governo di Gerhard Schröder, un decennio fa, ha istituito un enorme settore a basso salario.

Renzi è sotto forti pressioni dall’Unione Europea e dalle banche internazionali, che insistono che l’Italia butti al macero i resti delle conquiste sociali ottenute dai lavoratori nel dopo guerra.

Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, un sindacalista veterano, con un passato nel Partito Comunista, ha collaborato alla stesura del “Job Act”. Il nucleo del progetto è l’eliminazione della protezione offerta della cassa integrazione per i contratti di lavoro esistenti, e l’introduzione di un contratto di lavoro, applicabile universalmente, che prevede un periodo di prova di tre anni.

Verrà eliminata la cassa integrazione, che garantiva ai lavoratori il 50 per cento della retribuzione e la continuazione del pagamento dei contributi previdenziali, per le imprese con più di 15 dipendenti, in caso la produzione venisse interrotta o ridotta. Sarà sostituita da un nuovo programma di assistenza alla disoccupazione collegato con un’agenzia statale per i disoccupati. Copiando la legge tedesca Hartz IV, i lavoratori disoccupati saranno costretti ad accettare qualunque lavoro mal pagato.

Secondo il Fatto Quotidiano di lunedì scorso, Renzi, a questo proposito, ha detto alla leadership del PD: “Il lavoro non è un diritto, ma un dovere.» Continuando poi, ancora più esplicitamente: “Un imprenditore deve poter scegliere un lavoratore e, se decide che è necessario, poterlo licenziare”.

La nuova legge rende più facile anche l’eliminazione di posti di lavoro del settore pubblico. Renzi intende continuare nel 2015 il congelamento delle retribuzioni del settore pubblico come pure tagliare massicciamente la spesa per la pubblica amministrazione.

La nuova legge sul lavoro prevede la proroga dei contratti di lavoro temporaneo fino a 36 mesi, il che aumenterà significativamente le situazioni di lavoro precario; vale a dire: nei primi tre anni, ogni lavoratore può essere licenziato, senza giusta causa.

Inoltre, Renzi intende eliminare completamente il fastidioso articolo 18, che protegge i dipendenti a tempo indeterminato dal licenziamento arbitrario. Ha descritto il paragrafo come una “questione puramente ideologica appartenente al passato”. Prima di lui, Silvio Berlusconi e Mario Monti avevano tentato di farla finita con il detto articolo, ma avevano ottenuto solo un successo parziale, a causa della forte opposizione da parte dei lavoratori.

L’articolo 18 dello statuto del lavoro emerse dalla dure lotte della classe lavoratrice negli anni ’70. Oltre alla protezione da licenziamenti arbitrari, lo statuto garantiva anche la libertà di assemblea, il diritto di eleggere liberamente i rappresentanti sindacali e la protezione contro i rischi per la salute sul luogo di lavoro. Di tutto questo oggi non rimane praticamente niente.

Due anni fa il governo tecnocratico di Mario Monti ha severamente limitato l’articolo 18. Da allora, i lavoratori delle imprese più grandi non possono più appellarsi a un tribunale, in caso di licenziamento, per essere reintegrati al loro posto di lavoro; al massimo, possono ottenere un accordo di licenziamento. I licenziamenti per ragioni economiche vengono considerati legali. Fu Monti che dichiarò che i giovani dovevano abituarsi all’idea che “un lavoro permanente è noioso”.

Renzi è sotto notevole pressione da parte dei mercati finanziari. Il Fondo Monetario Internazionale ha ammonito che le riforme del mercato del lavoro dovranno procedere “rapidamente dalla fase di progetto, alla realizzazione”. I direttori del FMI, durante l’annuale ispezione dell’economia italiana nel mese di settembre, hanno rilasciato la previsione di un’ulteriore contrazione dell’economia per quest’anno e hanno modificato al ribasso le loro prognosi precedenti.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’agenzia di rating Standard & Poors hanno dichiarato che l’Italia non uscirà dalla recessione entro la fine del 2014. Secondo le loro proiezioni, il PIL in Italia si ridurrà dello 0,4 per cento per l’anno nel suo complesso, dopo essere già sceso dell’1,8 per cento nel 2013.

I ministri finanziari della zona Euro si sono opposti ad alleviare i criteri dell’UE a proposito del bilancio italiano, fintantoché la riforma del mercato del lavoro non sarà conclusa. Lo riporta il Financial Times, citando Francesco Giavazzi, professore all’Università Bocconi di Milano. Giavazzi ha detto, “Finché non abbiamo nulla di concreto da presentare circa la riforma del mercato del lavoro, la discussione sulla flessibilità non ha alcuna possibilità”.

Renzi ha dimostrato la sua determinazione ad imporre la riforma del mercato del lavoro ad ogni costo, anche se dovesse governare per decreto legge, a causa della mancanza di una maggioranza parlamentare, dichiarando: “Tutto deve cambiare in Italia, e cambieremo”.

Nei giorni scorsi, molti politici del PD di Renzi si sono espressi contro l’eliminazione dell’articolo 18. Tra questi l’ex primo ministro Massimo D’Alema, e il predecessore di Renzi, come leader del PD, Pierluigi Bersani. Anche Susanna Camusso, a capo della CGIL, e Nichi Vendola da SEL, partito successore di Rifondazione, hanno espresso opposizione.

Vendola ha dichiarato al TG2 che si oppone esplicitamente alla riforma. In una lettera indirizzata al “Caro Matteo Renzi,” ha scritto, “La tua riforma realizza il sogno della destra”. La Camusso ha annunciato una manifestazione sindacale nazionale il 25 ottobre, affermando che Renzi impone il programma neoliberista di Margaret Thatcher. Bersani ha detto al programma televisivo LA7, “L’articolo 18 non è un simbolo, ma ha un valore simbolico e non può essere eliminato”.

Queste proteste sono finalizzate unicamente a catturare l’enorme opposizione della classe lavoratrice e a prevenire l’emergere di un movimento indipendente contro il governo. I sindacati e il PD possono permettersi di fare le loro simboliche proteste, perché Berlusconi, da qualche tempo, sta collaborando a stretto contatto con Renzi e sostiene il “Job Act”.

Tutti i politici e i funzionari sindacali, che adesso stanno urlando di rabbia, hanno aiutato ad organizzare gli attacchi contro la classe lavoratrice italiana negli ultimi anni e condividono la responsabilità per le sempre peggioranti condizioni dei lavoratori.

Dalla crisi finanziaria globale del 2008 oltre un milione di italiani hanno perso il lavoro, oltre 400.000 lo hanno perso solo nell’ultimo anno. Il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato. La disoccupazione giovanile, al 44 per cento, è alta quasi quanto in Grecia.

Secondo uno studio dei dati del censimento uno su tre italiani teme di cadere nella povertà. Milioni di pensionati sono stati gettati nella povertà con l’aumento dell’età pensionabile.

Il numero delle persone in condizioni di povertà assoluta è aumentato di 1,2 milioni in un anno, e più della metà dei 6 milioni di persone in povertà assoluta in Italia vivono nel sud. L’aumento della povertà dei bambini e dei giovani è particolarmente allarmante: in due anni è raddoppiata, passando da 723.000 a 1.434.000 persone colpite.