Dopo l’inaugurazione, avvenuta a metà novembre, la mostra “COMUNE – Il paradosso dell’essere simili nel conflitto mediorientale”, dell’artista italiano Co è stata oggetto di una campagna denigratoria caratterizzata da intimidazioni e minacce. L’offensiva è stata alimentata da una mobilitazione coordinata di ambienti sionisti, sostenuta da esponenti della politica tedesca e da una parte rilevante della stampa. L’obiettivo di tali pressioni era quella di screditare l’artista, accusandolo di antisemitismo, e ottenere la chiusura della sua mostra personale nel Museo Fluxus+ di Potsdam, nei pressi di Berlino.
In risposta, Ciervo ha pubblicato un breve video sui social network Facebook e Instagram, nel quale ha difeso il concetto della mostra e respinto le accuse di antisemitismo. Nel giro di poche settimane, il video — diffuso in tedesco, inglese e italiano — è stato visualizzato e accolto positivamente da un pubblico internazionale. Solo in Spagna ha superato i 40.000 like. Oltre ai numerosi apprezzamenti, artisti, intellettuali, giovani e lavoratori di diversi ambiti hanno espresso pubblicamente il proprio sostegno.
Tra questi, una delle figure culturali più note d’Italia, l’attore, musicista, cantante, autore e attivista ebreo italiano di origini bulgare Moni Ovadia, ha scritto: «Trovo importante il suo lavoro nel cercare di trasmettere quanto siano insensate le politiche genocidarie del governo Netanyahu. È un simbolismo provocatorio, ma coglie nel segno. La ringrazio».
Dal Messico, l’artista Luis Velarde ha elogiato il Fluxus+ Museum di Potsdam per aver ospitato la mostra, definendolo «l’ultimo museo in Europa a mantenere intatta la propria dignità».
Anche il libro dei visitatori del museo raccoglie numerose dichiarazioni che lodano il coraggio dell’artista nel presentare il progetto. Ulteriori prese di posizione a sostegno sono riportate nella parte conclusiva dell’articolo.
Un momento particolarmente significativo è stata la visita alla mostra, domenica, di una numerosa delegazione dell’organizzazione Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East. Jewish Voice è la principale organizzazione ebraica in Germania schierata a sostegno dei palestinesi e impegnata nella denuncia delle politiche del governo israeliano. I suoi membri sono stati arrestati in diverse occasioni dalla polizia tedesca per aver manifestato contro la collaborazione del governo di coalizione guidato da Merz con le politiche israeliane. L’organizzazione è stata inoltre etichettata come “estremista di sinistra” dai servizi di intelligence interna tedeschi (Verfassungsschutz), con la conseguente chiusura dei suoi conti bancari.
In occasione della visita alla mostra di Ciervo ho parlato con Mila, membro esecutivo di Jewish Voice.
Steinberg: Lei è qui con una numerosa delegazione di Jewish Voice. Innanzitutto, vorrei conoscere la sua opinione sulla mostra, che è stata pesantemente criticata da esponenti sionisti, i quali hanno affermato che essa e l’artista siano antisemiti. Qual è la sua reazione alla mostra?
Mila: Trovo che la mostra sia importante e coraggiosa, ma anche necessaria, poiché in un momento di brutale e continuo massacro coloniale ai danni del popolo palestinese l’artista Costantino Ciervo utilizza le figure rappresentate per trasmettere un messaggio di fratellanza e umanità. Allo stesso tempo, l’artista non elude la questione della colonizzazione, ma la trasforma in un tema di riflessione critica: nei suoi dipinti è infatti inclusa una rappresentazione demografica della Palestina dal 1917 al 2024, che mostra visivamente il processo attraverso il quale, a partire dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e durante il periodo precedente e successivo alla Nakba, i palestinesi sono stati progressivamente privati della loro terra da Israele.
Ciervo inoltre ha esposto opere che mostrano come, nel conflitto palestinese-israeliano, gli interessi economici – in primo luogo quelli degli Stati Uniti – costituiscano in realtà la fonte primaria e il motore principale della violenza senza fine in questo territorio.
Per quanto riguarda la campagna di diffamazione contro la mostra, osserviamo un modello ricorrente nei confronti sia di Ciervo , sia del Museo Fluxus+. In questo caso, sono state principalmente tre le persone responsabili di tale campagna: Evgueni Kutikow della Comunità ebraica di Potsdam, Volker Beck (Partito Verde) della Società tedesco-israeliana e Andreas Büttner, che ricopre sia il ruolo di commissario per l’antisemitismo dello Stato del Brandeburgo sia quello di membro del Partito della Sinistra (die Linken). Insieme alla stampa borghese, hanno avviato una campagna denigratoria contro la mostra, con l’obiettivo di diffamare sia le opere sia l’artista, etichettandoli come antisemiti.
Questi soggetti, avvalendosi della stampa mainstream, hanno orchestrato una campagna mediatica con l’obiettivo di bollare l’esposizione e l’artista come antisemiti, delegittimando e mistificando pubblicamente sia le opere sia il loro reale significato.
Qui emerge come il potere costituito di matrice sionista si adoperi per minare ogni forma di libertà di espressione e di libertà artistica, in nome di una deformazione etica della raison d’État, intesa come sostegno incondizionato allo Stato di Israele e alle sue politiche genocidarie nei confronti del popolo palestinese. In questo modo viene però manipolato il messaggio centrale della mostra, che risiede nel concetto di fratellanza e di condivisione tra i popoli.
Emblematica, in tal senso, è un’opera di Ciervo: Anna Frank, reinterpretata nel presente, indossa una kefiah e scrive su un tablet. Si tratta di un’operazione artistica di forte impatto simbolico, che esprime una solidarietà umana costruita come un ponte tra memoria e sofferenza, mettendo in relazione due popoli accomunati da esperienze storiche di persecuzione e annientamento.
Ed è proprio qui che il paradosso si fa più evidente: sono gli stessi politici e operatori al servizio del sionismo, che dicono di occuparsi della lotta contro l’antisemitismo, a contribuire invece — nel tentativo di diffamare e censurare il quadro di Anne Frank con la kefiah — all’eradicazione dell’identità palestinese. Mentre essi accusano la mostra di negare la storia degli ebrei, stanno in realtà contribuendo a cancellare quella dei palestinesi.
Un altro punto importante riguarda il tipo di appropriazione operata da queste forze: l’appropriazione dell’Olocausto e della storia del popolo ebraico in Europa sotto il nazifascismo. In relazione alla mostra, il mio pensiero principale è quanto sia fondamentale, soprattutto in questo momento, stabilire confronti, quando ciò viene fatto in modo attento e rispettoso. Confrontare i genocidi. Confrontare le circostanze in cui interi popoli vengono disumanizzati, privati dei propri diritti, derubati e massacrati.
Colgo l’occasione della nostra visita di oggi alla mostra per apportare il nostro messaggio di solidarietà all’artista per citare un passo emblematico dal diario di Anne Frank: «Mi spavento da sola al pensiero dei miei amici più cari, che ora sono alla mercé dei mostri più crudeli mai esistiti sulla terra».
Questa citazione calza a pennello per una ragazza palestinese a Gaza oggi, costretta ad assistere all'uccisione da parte dei soldati israeliani (IDF) di tutti i suoi cari, della sua intera famiglia, lasciati completamente alla loro mercé.
Steinberg: Può dirci qualcosa sul lavoro della Jewish Voice?
Mila: Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East esiste da oltre vent’anni. Siamo un’organizzazione pacifista che rivendica giustizia per tutte le persone che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Chiediamo la fine dell’occupazione israeliana illegale, lo smantellamento del regime di apartheid, il riconoscimento del diritto al ritorno per i palestinesi sfollati e, naturalmente, l’imposizione immediata di un embargo militare bilaterale contro Israele, insieme alla cessazione del genocidio in corso.
Steinberg: Anche voi siete vittime delle misure repressive dello Stato tedesco: cosa potete dirci a riguardo?
Mila: Siamo stati dichiarati organizzazione estremista dall’agenzia di intelligence interna tedesca, insieme a diverse altre organizzazioni filopalestinesi. Questa intimidazione si inserisce in un contesto più ampio, segnato da una repressione brutale e sistematica di tutte le forme di solidarietà con la Palestina in Germania.
Il nodo centrale è che la nostra stessa presenza mette in discussione la narrativa sionista e delle istituzioni statali, secondo cui ogni espressione di solidarietà con il popolo palestinese, ogni appello alla sua libertà, sarebbe di per sé antisemita. È per questo che si tenta di ridurre al silenzio la nostra voce, fino a prospettare l’eliminazione della nostra organizzazione.
Fortunatamente non siamo soli e non ci fermeremo finché sarà necessario. Ma soprattutto è ormai evidente che, grazie al sacrificio di centinaia di migliaia di palestinesi negli ultimi anni, la narrativa sionista sta crollando anche in Germania, dove era saldamente radicata e profondamente presente nella cultura tedesca, nell’istruzione pubblica e negli apparati di potere istituzionali in genere.
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La redazione del WSWS ha ricevuto le seguenti dichiarazioni aggiuntive in solidarietà con la mostra:
Ciao, caro team del museo, vorrei ringraziare voi e Costantino Ciervo per la mostra “COMUNE - Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”. L'ho vista prima di Natale.
Ho trovato particolarmente efficace la grande fotografia di Anna Frank con una sciarpa palestinese. Recentemente mi sono imbattuto in un passaggio tratto dai suoi racconti brevi del 1944, intitolato Date! (che allude alla disuguaglianza sociale): un testo scritto dall’allora quindicenne che, a mio avviso, mette in luce con forza la dimensione profondamente umanistica della mostra che in questo momento è sottoposta ad un attacco feroce da parte del mondo politico. In particolare dall’aggressione verbale dell’incaricato per la lotta all’antisemitismo dello Stato di Brandeburgo, Andreas Büttner, esponente del partito di “sinistra” (die Linke).
Ecco la citazione dal testo: “Tutte le persone nascono uguali: veniamo al mondo indifesi e innocenti. Tutti respiriamo la stessa aria e molti di noi credono nello stesso Dio. Eppure… eppure per molte persone questa piccola differenza è enorme! È enorme perché molti non hanno mai capito qual è effettivamente la differenza, perché se l’avessero capito avrebbero scoperto da tempo che in realtà non c’è alcuna differenza.”
Vorrei cogliere l'occasione per augurare a Costantino Ciervo tanta forza e ispirazione per i suoi progetti futuri.
Bernd Huber, musicista di Berlino
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Cari membri del consiglio di amministrazione e dello staff del Museo Fluxus+, mi ha preoccupato molto nel venire a conoscenza delle accuse diffamatorie e infondate di antisemitismo utilizzate per giustificare la chiusura della mostra di Costantino Ciervo “COMUNE - Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”!
È assurdo tacciare di antisemitismo una mostra d’arte che trasmette un messaggio di convivenza pacifica tra ebrei e arabi palestinesi. È evidente la reticenza sionista ad accettare un concetto tanto semplice: uno Stato apartheid etnicamente omogeneo e genocida è inaccettabile, mentre è auspicabile uno Stato democratico che garantisca pari diritti e opportunità a tutti, come da sempre richiede la maggior parte della popolazione indigena della Palestina.
Non cedete alla pressione dei sionisti in Germania sopprimendo questa mostra.
L’arte serve a farci riflettere!
Cordiali saluti,
Lisa Savage
Solon, Maine, USA
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Egregi Signori,
Desidero esprimere il mio pieno sostegno alla mostra “COMUNE – Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale” di Costantino Ciervo, allestita presso il Museo FLUXUS+ di Potsdam, e chiedere che ne venga preservata integralmente l'attuale presentazione. Gli attacchi rivolti contro questa mostra non sono una semplice questione di censura artistica; essi colpiscono al cuore del diritto di espressione e del dissenso, tentando di precludere qualsiasi analisi critica e profondamente umana delle cause e delle conseguenze dell’aggressione israeliana contro il popolo palestinese.
Le accuse contro Ciervo non riguardano l’incitamento antisemita, ma la sua rappresentazione artistica di ebrei e palestinesi, con le loro radici storiche, culturali e umane comuni. Il tentativo di etichettare quest’arte critica come una presunta “esaltazione del terrorismo” mira a soffocare le critiche legittime al genocidio a Gaza e al sostegno a questo crimine da parte di alcuni governi occidentali e delle loro lobby.
Il lavoro di Ciervo è profondamente umanistico: mette in luce l’umanità condivisa, denuncia gli interessi economici e geopolitici che alimentano il conflitto e propone una visione in cui tutti i gruppi etnici possano convivere insieme in pace con gli stessi diritti formali e materiali.
La mostra, nella sua forma attuale, riveste un ruolo cruciale, soprattutto in un momento in cui il governo tedesco e le lobby legate al sionismo tentano di delegittimare ogni critica alla prosecuzione della guerra e alla pulizia etnica, definendola “antisemitismo”. La denuncia presentata da Volker Beck, presidente della Società tedesco-israeliana, alla procura di Brandeburgo costituisce un’ulteriore escalation della campagna denigratoria contro l’artista e il museo Fluxus+.
Difendere la mostra di Ciervo non è solo una questione di carattere prettamente culturale inerente alla libertà di espressione dell’arte, ma è anche un fattore essenziale nella tutela dei nostri diritti democratici. La Corte penale internazionale ha avviato indagini su possibili crimini di genocidio e gravi violazioni dei diritti umani a Gaza; in questo contesto, arte e cultura devono avere un ruolo centrale nella promozione di una resistenza consapevole contro diffamazione, razzismo e disuguaglianza sociale.
Qualsiasi concessione alle richieste di censura non danneggerebbe solo l’artista e la sua opera, ma lancerebbe un segnale preoccupante a tutti coloro che operano nel campo della culturala: il pensiero critico non sarebbe più protetto.
Vi esorto pertanto a:
- Difendere la mostra nella sua forma attuale.
- Prendere posizione contro l’equiparazione della critica alla politica del governo israeliano con l’antisemitismo.
- Ribadire che le istituzioni culturali esercitano una responsabilità sociale che trascende il semplice allineamento agli interessi di uno Stato o di lobby, e che tale responsabilità implica la tutela di spazi dedicati al pensiero critico, alla riflessione storica e alla solidarietà.
Cordiali saluti,
Angela Niklaus
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Contro la campagna di censura sionista di Volker Beck e della stampa tedesca!
Difendete l’artista Costantino Ciervo e il Museo Fluxus+ di Potsdam!
Volker Beck sta conducendo una vergognosa caccia alle streghe contro la libertà dell’arte. La denuncia penale da lui presentata contro Costantino Ciervo e il Museo Fluxus+ non costituisce un procedimento legittimo, bensì un atto esplicitamente politico, strumentale e di natura intimidatoria. Essa si inserisce in una “campagna coordinata” in cui le lobby e stampa mainstream tedesca cercano di mettere a tacere ogni forma di opposizione al genocidio in corso a Gaza.
Beck, che si atteggia a moralista, in realtà non è credibile. Criminalizzando il dipinto che raffigura Anna Frank che indossa un kefiah, vuole vietare l’ovvio: la consapevolezza che l’oppressione ha sempre valenza universale.
Come osserva il World Socialist Web Site, la mostra intende evidenziare le «somiglianze storiche, antropologiche e linguistiche tra ebrei e palestinesi»: è precisamente questo il punto che Beck e lo Stato tedesco rifiutano. Essi respingono l’idea di una possibile fratellanza e non sono in grado di concepire una prospettiva federativa di convivenza pacifica tra palestinesi ed ebrei, evocata simbolicamente dal termine “Pale-Giudea” (“Palestina e Giudea”), titolo di due opere esposte.
La loro posizione si fonda esclusivamente sulla difesa incondizionata dello Stato israeliano, anche di fronte a crimini che configurano un genocidio. Chi, come Volker Beck, legittima e copre tali azioni se ne rende complice. Questo atteggiamento si inserisce in una strategia politica che strumentalizza la memoria della Shoah e il senso di colpa storico tedesco per giustificare nuove violenze.
In questa logica distorta, il sostegno incondizionato a Israele diventa per il governo tedesco uno strumento di autoassoluzione morale, anche quando ciò implica l’avallo di un genocidio.
Gli attacchi contro Ciervo, orchestrati da Beck e amplificati da media come Stern e Die Zeit, seguono lo stesso schema repressivo già adottato contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Non si tratta di contrastare l’antisemitismo, bensì di imporre gli interessi geopolitici dell’imperialismo tedesco e statunitense in Medio Oriente, soffocando ogni forma di dissenso e di resistenza politica e culturale.
Conclutendo: Chiedo il ritiro immediato della denuncia e la sospensione di ogni forma di intimidazione mascherata da accuse di antisemitismo. Giù le mani da Costantino Ciervo e dal Museo Fluxus+!
Andreas Niklaus
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Chiediamo ai nostri lettori di scrivere lettere di sostegno alla mostra e di inviarle via e-mail (info@fluxusplus.de) al museo, con copia alla redazione del WSWS (sgp@gleichheit.de).
