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Prospettiva

Giocare alla roulette russa con le armi nucleari

In questa foto diffusa dall’Ufficio Stampa del Ministero della Difesa russo il 10 febbraio 2022, la nave d’assalto anfibio della Marina russa “Kaliningrad” entra nel porto di Sebastopoli, in Crimea. [AP Photo/Russian Defense Ministry Press Service]

C’è stato un tempo in cui Gideon Rachman, editorialista di punta del Financial Times (FT), era ampiamente considerato uno dei giornalisti borghesi più intelligenti e ben informati in materia di storia. Pur essendo fermamente impegnato nella difesa degli interessi capitalisti, era consapevole delle catastrofi del XX secolo. Rachman attingeva spesso agli insegnamenti delle due guerre mondiali per mettere in guardia i leader politici da errori di valutazione avventati.

Uno dei saggi più noti di Rachman, pubblicato sul FT il 4 febbraio 2013, era intitolato «L’ombra del 1914 cala sul Pacifico». Iniziava così:

I film in bianco e nero, con le immagini tremolanti di uomini che “scavalcano le trincee” durante la Prima guerra mondiale, sembrano incredibilmente lontani. Eppure, l’idea che le grandi potenze di oggi non possano mai più precipitare in una guerra, come accadde nel 1914, è fin troppo compiacente. Le crescenti tensioni tra Cina, Giappone e Stati Uniti riecheggiano il terribile conflitto scoppiato quasi un secolo fa.

Rachman metteva in guardia dal dimenticare le conseguenze di un errore di valutazione ed esprimeva la speranza che «il fatto che viviamo in un’era nucleare renda anche molto meno probabile che la crisi del 1914 si ripeta».

Ma lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 ha determinato un drastico cambiamento nella visione di Rachman. La sua capacità di analisi fondata sulla conoscenza storica è una delle vittime del conflitto. Il giornalista che un tempo metteva in guardia da disastrosi errori di valutazione ora eleva l’incoscienza al rango di principio strategico.

Il 5 ottobre, il Financial Times ha pubblicato un articolo di Rachman dal titolo «Le minacce nucleari di Putin non funzionano più». Giorni prima, il governo russo aveva consegnato una nota alla NATO in cui dichiarava che avrebbe utilizzato «l’intero arsenale di forze e capacità a sua disposizione, comprese le armi nucleari», qualora l’alleanza avesse tentato di isolare la regione di Kaliningrad. La nota avvertiva che un conflitto avrebbe potuto avere inizio con attacchi contro i «centri decisionali» dei paesi della NATO. Il 1° ottobre, al Valdai Discussion Club, Vladimir Putin ha confermato che la nota significava esattamente ciò che diceva.

La risposta di Rachman è quella di rassicurare i propri lettori. Da febbraio 2022, scrive, Putin ha ripetutamente utilizzato l’arsenale nucleare per intimidire l’Occidente senza dare seguito alle proprie minacce. Carri armati, aerei da combattimento e missili a lungo raggio – tutti elementi che un tempo erano «fuori discussione» – sono stati forniti all’Ucraina. L’Ucraina ha attaccato i bombardieri strategici russi nel giugno 2025, e non è accaduto nulla. Il tabù sull’uso del nucleare, conclude, si è dimostrato «molto potente», e il declino della deterrenza russa è «soprattutto una buona notizia».

L’articolo merita una replica perché espone con insolita franchezza la premessa su cui i governi di Gran Bretagna, Germania, Francia, Polonia e degli Stati baltici stanno conducendo la guerra contro la Russia: poiché la Russia non ha utilizzato armi nucleari, non lo farà mai, qualunque cosa faccia la NATO.

Si tratta di una deduzione tratta da comportamenti osservati in condizioni che non sussistono più. Per la maggior parte del conflitto, i combattimenti sono rimasti confinati in Ucraina; la Russia non aveva ancora dovuto affrontare minacce aperte di intervento da parte della NATO; e nessuna parte della Federazione Russa era stata attaccata o minacciata di secessione.

Nell’unica occasione in cui la Russia subì una grave battuta d’arresto militare, nell’autunno del 2022, funzionari americani riferirono che i comandanti russi avevano discusso dell’uso di armi nucleari tattiche, e il presidente Biden parlò pubblicamente del pericolo di un «Armageddon». I fatti dimostrano solo che la soglia non era ancora stata raggiunta.

Ma, come indicato dal discorso di Putin, la situazione potrebbe non essere più questa. Kaliningrad, un territorio russo con circa un milione di abitanti, si trova tra la Polonia e la Lituania sul Mar Baltico — uno specchio d’acqua che, in seguito all’adesione di Finlandia e Svezia, è diventato di fatto un «lago della NATO». Per tutta l’estate, la NATO ha condotto esercitazioni aeree e anfibie intorno all’exclave. A settembre, il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha osservato che la Russia aveva ritirato le truppe da Kaliningrad per schierarle nella guerra in Ucraina e ha sollecitato esercitazioni della NATO così aggressive da non consentire al Cremlino di essere certo delle intenzioni dell’alleanza. La dottrina nucleare russa, rivista nel novembre 2024, consente l’uso di armi nucleari in risposta a un attacco convenzionale che minacci l’integrità territoriale del Paese. Tale disposizione è stata redatta pensando proprio a Kaliningrad.

Ricordiamo la storia che Rachman ha scelto di dimenticare. Prima del 1914, le potenze europee attraversarono una serie di crisi – il Marocco, la Bosnia, Agadir, le guerre balcaniche – ciascuna delle quali si concluse senza sfociare in una guerra generale. Nel 1909, una Russia indebolita cedette a un ultimatum tedesco sulla Bosnia. Nel luglio 1914, Berlino agì nella convinzione che la Russia si sarebbe ritirata nuovamente. Ma così non fu. I ministri dello zar giunsero alla conclusione che una seconda capitolazione avrebbe segnato la fine della Russia come grande potenza. Rachman osserva che in Gran Bretagna «i problemi del Manchester City Football Club facevano più notizia» degli avvertimenti di Putin. Negli ultimi giorni di luglio del 1914, l’opinione pubblica francese era assorbita dal processo a Madame Caillaux, che fu assolta dall’accusa di omicidio proprio il giorno in cui l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia.

Visto dal Cremlino e dallo Stato Maggiore russo, il quadro citato da Rachman porta alla conclusione opposta. Ogni mezzo non nucleare per arrestare l’escalation della NATO è fallito. Come osserva lo stesso Rachman, «la posizione della NATO sulla guerra in Ucraina rimane immutata». La Russia è di gran lunga più debole dell’alleanza in termini di forze convenzionali, e Kaliningrad non può essere difesa con mezzi convenzionali. Una garanzia nucleare offerta pubblicamente e poi abbandonata alla prima prova perderebbe il proprio valore su ogni altro fronte. I governi europei dichiarano che il loro riarmo dovrà essere completato entro il 2029 o il 2030, il che segnala a un pianificatore russo che l’equilibrio di potere si sposterà progressivamente a suo sfavore. 

Fu proprio questo ragionamento a persuadere lo Stato Maggiore tedesco nel 1914 che fosse meglio entrare in guerra prima piuttosto che dopo. Una guerra con la NATO inizierebbe con attacchi alla struttura di comando delle forze nucleari russe, creando la pressione per utilizzare le armi prima che vadano perdute. Sergei Karaganov, membro di un consiglio scientifico annesso al Consiglio di Sicurezza russo, ha pubblicamente sostenuto un attacco nucleare contro l’Europa per ripristinare la credibilità della deterrenza russa. Rachman liquida tali voci come quelle di opinionisti che «farneticano e fantasticano».

Il governo di Putin, che rappresenta l’oligarchia emersa dalla restaurazione del capitalismo nell’ex Unione Sovietica, non può fare appello ai lavoratori d’Europa e d’America contro i propri governi. Il suo unico strumento è la forza militare, e una sconfitta in una guerra contro la NATO ne significherebbe la fine. Nulla di tutto ciò rende certo l’uso delle armi nucleari da parte della Russia. Ogni mossa della NATO, tuttavia, aumenta la pressione su Mosca affinché dimostri che almeno una delle sue «linee rosse» è reale.

Rachman dà inoltre per scontato che una guerra con la Russia rimarrebbe convenzionale. In una sola notte di febbraio, la Russia ha lanciato più di 70 missili e circa 450 droni contro le infrastrutture energetiche dell’Ucraina. L’Europa occidentale non dispone di difese aeree in grado di fermare tali attacchi. Agli obiettivi indicati nella nota russa si aggiungerebbero i porti attraverso i quali devono transitare i rinforzi americani, gli snodi ferroviari, le centrali elettriche, le raffinerie e gli impianti chimici. L’Europa subirebbe nel giro di poche settimane ciò che l’Ucraina ha sopportato per quattro anni.

Rachman è certo che i governi della NATO si sottometterebbero a una tale devastazione «convenzionale» senza ricorrere alle armi in loro possesso? La NATO non ha mai rinunciato al primo uso delle armi nucleari. La dottrina francese prevede un «avvertimento finale» – un attacco nucleare limitato per dimostrare la propria determinazione – e a marzo il presidente Macron ha esteso la deterrenza della Francia all’Europa con l’avallo del cancelliere Merz. I governi che hanno inasprito la guerra in ogni fase si troverebbero di fronte a una scelta tra la sconfitta e l’opzione nucleare. La dottrina russa non lascia alcun dubbio sulla risposta a un attacco nucleare. Una volta superata quella soglia, la teoria di uno scontro limitato non ha alcun fondamento nella realtà. Una simulazione dell’Università di Princeton del 2019, partita da un singolo colpo di avvertimento russo, ha previsto oltre 90 milioni di morti e feriti nel giro di poche ore.

Rachman conclude il suo articolo con un’affermazione che smonta l’intera sua argomentazione compiacente: «Da quando è iniziata la guerra in Ucraina, sia la Russia che la NATO hanno dovuto adeguare le proprie concezioni sul funzionamento della deterrenza nucleare. Il tabù contro l’uso delle armi nucleari è chiaramente molto forte. Ma è assoluto? Nessuno può esserne certo. Questo tipo di incertezza è pericoloso».

Qual è, precisamente, il livello di incertezza? C’è una probabilità del 10%, del 20% o del 50% che il tabù nucleare venga infranto? A che punto il confronto con la Russia diventa una partita alla roulette russa con quattro camere cariche di proiettili a testata nucleare? Quando la conseguenza di un errore potrebbe essere la distruzione del continente europeo, quale livello di rischio ritiene accettabile Rachman?

Non lo dice. Né chiede che si avviino negoziati, né che la NATO si ritiri da Kaliningrad. L’unica lezione che offre ai suoi lettori è che gli avvertimenti di Mosca possono essere ignorati.

Rachman parla a nome di una classe dirigente che ha bisogno di credere che la Russia stia bluffando. La sua politica – il riarmo fino al 5 per cento del prodotto interno lordo, la rinascita della potenza militare tedesca, la sottomissione della Russia e l’appropriazione delle sue risorse – non può essere perseguita partendo da nessun altro presupposto. Il costo di questa politica viene sostenuto attraverso lo smantellamento dei programmi sociali, il che sta scatenando una resistenza crescente. Come nel 1914, i governi che devono affrontare disordini sociali sul proprio territorio non valutano con lucidità i rischi della guerra.

Ai popoli d’Europa non è stato chiesto se accettano la scommessa che viene fatta a loro nome. La classe operaia d’Europa, della Russia, dell’Ucraina e degli Stati Uniti deve rispondere costruendo un movimento internazionale contro la guerra, diretto contro il sistema capitalista che la genera.

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