Uno sciopero generale di 24 ore contro il genocidio israeliano a Gaza, il militarismo del governo Meloni e le sue implicazioni sociali per la classe lavoratrice hanno paralizzato l'Italia lunedì 18 maggio 2026. La sua concomitanza con un altro feroce attacco israeliano alla Flottiglia Globale Sumud, la cui difesa è stata il catalizzatore dello sciopero generale, lo ha trasformato in un terremoto politico.
Lo sciopero, organizzato dall'Unione Sindacale di Base (USB) insieme all'Unione Sindacale Italiana (USI) e alla Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali (FI-SI), ha paralizzato i trasporti, le scuole, i servizi pubblici e la logistica in tutto il Paese.
Il servizio ferroviario sulla rete nazionale del Gruppo FS Italiane è stato ridotto alle fasce orarie minime previste dalla legge. A Roma, la linea C della metropolitana è stata chiusa completamente; le linee A e B hanno operato a frequenza ridotta. A Venezia, la rete dei vaporetti si è quasi fermata. A Bologna, il collegamento espresso per l’aeroporto Marconi è stato sospeso. In una città dopo l’altra – Torino, Genova, Bari, Napoli – i pendolari hanno visto le loro routine mattutine e serali sconvolte da una classe lavoratrice che, per la quarta volta in nove mesi, si è rifiutata di assorbire in silenzio i costi della guerra e dell’austerità.
Le rivendicazioni dell’USB sono concrete: l’introduzione di un salario minimo garantito per legge, il ripristino della scala mobile, abolita dai precedenti governi capitalisti, una tassa sulle plusvalenze per i conglomerati energetici e bancari e la difesa della sanità pubblica, delle pensioni, dell’istruzione e dell’edilizia popolare contro un bilancio che destina decine di miliardi al riarmo.
Con lo slogan “Nemmeno un chiodo per guerre e genocidio”, il sindacato ha collegato direttamente l’aumento previsto della spesa militare italiana al 5 per cento del PIL allo smantellamento delle infrastrutture sociali. Nel suo appello allo sciopero generale, l’USB afferma: “Fermiamo il Paese per dire che nessun lavoratore, nessuna lavoratrice, nessuno studente, nessun territorio può essere trascinato dentro questa economia di morte.
Esige dal governo italiano “la rottura immediata di ogni rapporto diplomatico, economico, commerciale e militare con lo Stato terrorista di Israele”. L’USB denuncia inoltre gli Stati Uniti per la loro aggressione contro l’Iran e condanna il governo Meloni e l’Unione Europea come complici. Conclude infine con l’appello: “Il 18 maggio blocchiamo il Paese per protestare contro la guerra, il genocidio, il riarmo e la repressione. Per i salari, il welfare, la sanità, l’istruzione, i diritti e la democrazia”.
Questi appelli danno almeno un’idea della rabbia che sta travolgendo la classe lavoratrice. I lavoratori capiscono visceralmente che ogni euro stanziato per i bilanci militari è un euro sottratto ai salari e ai servizi.
Il sequestro della flottiglia: lavoro e guerra convergono in tempo reale
Mentre i lavoratori si radunavano alle assemblee di sciopero, i commando navali israeliani sequestravano almeno 25 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla a circa 80-250 miglia a ovest di Cipro, in acque internazionali. Tra le imbarcazioni sequestrate c’erano navi battenti bandiera italiana — la Belella, la Cactus, la Zio Faster — e almeno sette o otto cittadini italiani sono stati arrestati e tenuti sotto la minaccia delle armi in alto mare, da una forza militare che conduceva un’operazione che può essere definita solo come pirateria.
Non si è trattato di un incidente isolato. Era la seconda operazione di questo tipo contro la flottiglia. Il 29 aprile, le forze navali israeliane avevano già intercettato parte del convoglio al largo delle coste di Creta, arrestando oltre 175 attivisti, tra cui gli organizzatori Thiago Ávila e Saif Abu Keshek. Entrambi sono stati portati a Israele e hanno denunciato abusi fisici e psicologici subiti durante i dieci giorni di prigionia. La Procura di Roma aveva già avviato un’indagine penale sul sequestro di cittadini italiani. L’attacco del 18 maggio è stato quindi un’escalation deliberata — condotta in pieno giorno, trasmessa in diretta streaming e programmata con sprezzante disprezzo per qualsiasi protesta diplomatica che potesse provocare.
In Piazza dei Cinquecento a Roma, le assemblee di sciopero si sono trasformate in proteste d’emergenza. Saif Abu Keshek e la rappresentante della flottiglia, Maria Elena Delia, si sono rivolti direttamente alla folla. Delia ha avvertito che qualsiasi trasferimento dei cittadini italiani detenuti in territorio israeliano incontrerebbe una feroce resistenza politica. I lavoratori di tutta Italia hanno potuto constatare che lo stesso governo che spendeva i loro stipendi in armi restava a guardare mentre i propri cittadini venivano rapiti.
Le reazioni politiche: cosa rivelano
I partiti dell'opposizione si sono affrettati a esprimere la propria indignazione. La segretaria del Partito Democratico (PD), Elly Schlein, ha definito il sequestro “l'ennesimo atto di pirateria in acque internazionali da parte del governo israeliano” e ha chiesto l'intervento dell'UE. Il leader del Movimento 5 Stelle (M5S), Giuseppe Conte, è stato più incisivo: “Forse la pace è stata sabotata da chi ha continuato a fare affari con Israele, da chi ha fatto finta di non vedere un genocidio in corso.”
I leader dell’Alleanza Verde-Sinistra (AVS), Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, hanno chiesto “azioni concrete contro il governo fascista di Netanyahu”. Il deputato del M5S, Dario Carotenuto, si trovava a bordo di una delle navi della flottiglia e ha inviato un videomessaggio prima che le comunicazioni venissero interrotte, segnalando che le navi da guerra israeliane circondavano la flotta.
Queste dichiarazioni dovrebbero essere prese sul serio come prova della profondità della crisi politica, ma non come segno di una vera opposizione politica. Conte è stato primo ministro in una coalizione con la Lega di estrema destra che ha sostenuto la NATO e l’UE e ha appoggiato decreti anti-immigrazione e l’austerità. Il Jobs Act del PD ha distrutto le tutele del lavoro, e il partito di Fratoianni opera interamente nel quadro della politica parlamentare borghese e dell’appartenenza alla NATO.
Le loro espressioni di indignazione sul sequestro della flottiglia mirano a smorzare la resistenza. Temono che l’opposizione della classe lavoratrice si rivolga alla causa principale: un ordine mondiale imperialista, sostenuto da Washington, Bruxelles e Roma, in cui il blocco e i bombardamenti di Gaza da parte di Israele non sono aberrazioni ma una caratteristica essenziale.
Il primo ministro Meloni aveva già denunciato la missione della flottiglia come “pericolosa e irresponsabile” al Consiglio europeo di Copenaghen. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto il minimo richiesto dal protocollo: ha inviato istruzioni consolari alle ambasciate di Tel Aviv, Ankara e Nicosia e ha chiesto garanzie israeliane in merito alla “sicurezza e dignità” dei detenuti, evitando accuratamente qualsiasi critica al blocco navale stesso.
Matteo Salvini della Lega di estrema destra, che in precedenza aveva usato i suoi poteri di ministro per ordinare ai lavoratori dei trasporti in sciopero di tornare al lavoro, in questa occasione si è rifiutato di farlo – non per rispetto della causa dei lavoratori, ma perché il governo era allo stesso tempo sotto pressione da parte degli autotrasportatori che minacciavano un proprio sciopero per l’aumento del prezzo del gasolio.
Un movimento in crescita
Lo sciopero del 18 maggio è il più recente episodio di un ciclo sostenuto di resistenza della classe lavoratrice che il WSWS ha seguito attentamente da settembre 2025. L’USB ha esplicitamente collegato l’azione di lunedì allo sciopero generale del 22 settembre 2025, che ha marciato sotto lo slogan “blocchiamo tutto”.
Sciopero che era stato a sua volta innescato dal violento sequestro da parte di Israele della flotta originale Global Sumud, che aveva provocato una manifestazione di un milione di persone a Roma il 4 ottobre 2025 – una delle più significative esplosioni popolari e della classe lavoratrice in Italia degli ultimi decenni. In quelle settimane, i lavoratori portuali di Genova, Livorno e Ancona si sono rifiutati di caricare armi destinate a Israele – un atto spontaneo di solidarietà di classe da parte della base che ha costretto persino i burocrati della CGIL ad agire.
Poi sono arrivati gli scioperi generali del 28-29 novembre contro il bilancio 2026 – definiti dal WSWS come “un’eruzione politica della classe lavoratrice” – e lo sciopero generale della stessa CGIL del 12 dicembre. E ora, il 18 maggio. Non si tratta di un evento episodico. Si tratta di una classe in fase di risveglio politico, che sciopera ripetutamente, con crescente consapevolezza, contro lo stesso nemico: un governo capitalista che arma un genocidio all’estero mentre smantella salari, servizi e diritti in patria.
Il fatto che le principali confederazioni CGIL, CISL e UIL si siano astenute dallo sciopero del 18 maggio è rivelante e profondamente istruttivo. Il leader della CGIL, Maurizio Landini – il cui ex portavoce, Massimo Gibelli, ha dichiarato pubblicamente di non riconoscere più i propri valori nell’organizzazione – ha guidato la confederazione verso vertenze separate e settoriali, tenendosi deliberatamente fuori da una mobilitazione contro la guerra. Questa è la funzione della burocrazia sindacale: incanalare la rabbia della classe lavoratrice in corridoi sicuri, lontano da qualsiasi confronto politico con lo stesso Stato capitalista.
Il potenziale rivoluzionario e i compiti da affrontare
L’USB è stata fondata nel 2010, quando la natura di destra e filo-aziendale dei sindacati ufficiali è diventata sempre più evidente. Ha acquisito nuova importanza nelle prime settimane dell’emergenza COVID-19, quando è stata molto attiva nell’organizzare scioperi e interruzioni del lavoro. È strategicamente posizionata nella logistica, nei trasporti e nei servizi essenziali, dove una minoranza determinata, agendo in modo coordinato, può bloccare un’intera economia. Quel potere strategico è enorme.
Ma i cosiddetti sindacati “di base” sono politicamente impreparati a raggiungere i propri obiettivi. Come il WSWS ha ripetutamente avvertito, i sindacati di base – nonostante la genuina militanza dei loro membri e il loro istintivo sentimento antimperialista – rimangono limitati da leadership legate a tradizioni anarchiche, staliniste e burocratiche, incapaci di realizzare una rottura decisiva con l’ordine capitalista.
L’anarcosindacalismo dell’USI, rappresentato nell’odierna coalizione, non offre alcuna strategia per la conquista del potere politico. Rifiutarsi di gestire le spedizioni di armi è un atto di coraggio; rifiutarsi di costruire un partito politico per sostituire il governo che ordina tali spedizioni è un tradimento strategico.
La richiesta di invocare la Legge 185/90 per fermare le esportazioni di armi italiane verso Israele è corretta e va perseguita. La richiesta del diritto all’obiezione di coscienza per i lavoratori portuali è una legittima rivendicazione democratica. Ma si tratta di rivendicazioni immediate che mettono in luce una questione più profonda: chi governa l’Italia, e nell’interesse di chi? La risposta non si trova negli appelli al ministro degli Esteri di Meloni, nelle mozioni parlamentari del PD o nelle fioriture retoriche di Conte. La risposta sta nella conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice – non come progetto nazionale, bensì come progetto internazionale.
Lo stesso sistema capitalista che finanzia il blocco di Israele, che finanzia i bilanci di riarmo dell’Italia, che ha smantellato la scala mobile e creato il Jobs Act – quel sistema non può essere superato su base puramente nazionale. I lavoratori di Italia, Germania, Francia, Grecia, Palestina, Israele e Stati Uniti affrontano lo stesso nemico.
La flottiglia nel Mediterraneo, abbordata in acque internazionali, trasportava attivisti provenienti da oltre 40 paesi. Il movimento della classe lavoratrice che ha contribuito a innescare deve sviluppare lo stesso carattere internazionale – non come gesto simbolico, ma come orientamento strategico fondato sulla costruzione di comitati di base in ogni luogo di lavoro e porto, coordinati oltre i confini e impegnati in un programma socialista.
Lo sciopero generale del 18 maggio dimostra, ancora una volta, che la classe lavoratrice è la forza sociale decisiva contro la guerra e la reazione. Quello di cui ha bisogno ora è una leadership politica – un partito rivoluzionario internazionale – all’altezza dei compiti storici che questo movimento sta ponendo all’ordine del giorno. Ciò significa costruire una sezione italiana del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale.
